domenica 29 ottobre 2017

L'amore è inclusivo



Amare è l'unico verbo che al presente indica una promessa futura. Io ti amo significa che domani ti amerò come oggi, perché l'amore non può finire, altrimenti non è stato vero amore bensì semplice affetto. Lo si dice anche nella formula di unione matrimoniale: "prometto di amarti tutti i giorni della mia vita". Questo amore ha due caratteristiche: l'eternità e l'esclusività: quanto alla prima, prometto che ti amerò qualunque cosa accada, non smetterò mai di farlo; quanto alla seconda, invece, è un amore esclusivo perché non posso amare allo stesso modo un'altra persona ad eccezione dei frutti di quell'amore, ovvero i figli.

Poi c'è l'amore per Dio. Questo è eterno, ma inclusivo. Lo dice direttamente Gesù in Mt 23,34-40, quando afferma che il più grande comandamento (ovvero l'unica cosa che ci tiene vicini a Dio) è: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente». Il verbo amare è al futuro: Dio va amato oggi e sempre, anche quando si presenteranno occasioni in cui voglio essere lasciato solo, quando sto vivendo una situazione in cui sperimento il silenzio e un apparente allontamento di Dio. 

Questa tipologia di amore deve coinvolgere la nostra totalità: 
- tutto il cuore, ovvero tutti i nostri sentimenti devono essere vagliati dall'amore di Dio: non posso provare sentimenti che Dio, che è Amore, non proverebbe mai! 
- tutta l'anima, cioè tutto ciò che ti muove e ti motiva a operare sia solo per amore e tenga conto di Dio;
- tutta la mente, dunque l'amore non può restare solo sentimento irrazionale, ma devo anche ingegnarmi sul bene da fare, devo saper riconoscere come il mio operato possa aiutare il mio prossimo e tutelarne la libertà e la vita: il sapere, la scienza, la politica... o sono finalizzate al bene dell'umanità o altrimenti nuocciono, distruggono la vita anziché preservarla.

Se so amare in questo modo, rispetterò di conseguenza anche il secondo comandamento più importante per Gesù: «amerai il tuo prossimo come te stesso». Dio non è geloso, non ruba il cuore, ma lo dilata permettendoci di amare di più e più persone (marito, moglie, figli, parenti, poveri, ammalati, amici, nemici...).

Non basta conoscere la Scrittura e tutto quello che richiede: se non so amare Dio e il prossimo con tutto me stesso, quei precetti sono completamente inutili e sterili. Divento, quindi, falso come i farisei.

  • "Faccio" oppure "vivo" ciò che la fede mi chiede?
  • Amo Dio? Quando? Perché?
  • Ho sentimenti non conformi all'amore e al pensiero di Dio?
  • Nell'amare il prossimo (amicizia, famiglia, lavoro...) sono inclusivo o esclusivo?
  • Quando compio il bene o provo il bene per il mio prossimo, da cosa sono spinto: vanagloria, superstizione, buonismo, abitudine, dovere, amore...?
  • La mia intelligenza, il mio sapere e le mie competenze le uso per il bene dell'uomo e per onorare Dio? O hanno un fine diverso?
  • Ho mai impiegato la mia intelligenza per operare il male?
  • Amare il prossimo come se stessi: mi amo?
  • Nell'amare c'è qualcosa che mi trattiene? Cosa? Perché?
  • Chi è il mio prossimo?
  • Come posso impiegarmi socialmente perché il bene e la vita altrui vengano tutelati? 

d. Domenico


sabato 21 ottobre 2017

Cesare impone, Dio propone



Il rischio di chi dice di aver fede è quello di recitare una parte, di recitare... in questo caso potrebbe pensare a una carriera da attore, che curiosamente nell'antica Grecia veniva designato col termine tecnico: hypokritḗs, ipocrita. Quindi spesso noi credenti corriamo il pericolo di recitare la parte dei fedeli senza esserlo veramente; diciamo di essere a immagine di Dio, ma non vogliamo somigliargli proprio... perché spesso ci fa comodo!

Nel Vangelo (Mt 22, 15-21) i farisei (che Gesù chiama ipocriti) cercano di ingannare il Signore chiedendogli se è giusto pagare il tributo a Cesare. Stanno recitando la parte degli ignoranti, perché in realtà sanno qual è la risposta esatta, ma lo tentano affinché Gesù si macchi di qualche reato per farlo arrestare. In effetti ogni risposta sarebbe stata condannabile. Ma Gesù (è il caso di dirlo) ne sa sempre una più del diavolo e la sua risposta è disarmante: date a Cesare ciò che è suo, a Dio ciò che è divino.

Cristo sposta l'ago della bilancia sul rapporto con Dio. La moneta rappresenta l'effige di Cesare, quindi è sua. L'uomo è immagine e somiglianza di Dio, quindi appartiene a Dio. Gesù sta dicendo che i due piani (politico e religioso) sono distinti e non possono essere confusi. La politica serve a gestire le cose del mondo, la fede serve per formare le coscienze degli uomini affinché il mondo venga gestito bene e per il bene di tutti!

Se siamo immagine di Dio, allora, si impone un obbligo: non possiamo sottovalutarci, non possiamo ritenere che la nostra vita non valga nulla! Quante volte ci scoraggiamo perché non riusciamo nelle cose del mondo e dimentichiamo quanto valiamo per Dio! Quante volte la vita viene mercificata o abbassata a scambi di favori... I tanti omicidi di cui sentiamo notizia ci devono far riflettere su come la vita umana sia valutata meno di una cosa! Il potere del mondo non può prevalere sul potere di Dio, perché è Dio che dà potere agli uomini e ad essi prima o poi chiederà conto!

Dobbiamo ricordare sempre che: Cesare impone, Dio propone. In altri termini, le cose del mondo ci rendono schiavi affinché giri l'economia, veniamo distratti dai reali problemi, non ci curiamo della realtà che ci scorre intorno, ecc. La fede, invece, non fa altro che risvegliare le nostre coscienze e renderci liberi di pensare, di amare, di agire secondo il bene, di riconoscere e aiutare chi è nel bisogno, di mettere ordine nella nostra vita stabilendo le giuste priorità...

Dio non opprime, ma ci aiuta a restare liberi, a essere noi stessi, pienamente umani, a pensare con la nostra testa (piuttosto che con quella delle informazioni distorte, o delle notizie politiche che impongono un certo modo di vedere le cose). Egli ci ricorda che il potere temporale non è un diritto, ma un dovere, un servizio per l'umanità, affidato da Dio all'uomo... per il bene di ogni essere umano.


  • Sono sempre pronto a giudicare gli altri, ma so riconoscere l'ipocrisia della mia vita spirituale?
  • Strumentalizzo la Parola di Dio? Quante volte mi accomodo su affermazioni evangeliche per togliermi ogni responsabilità sulle decisioni che prendo?
  • Chissà quante volte ho preferito il potere mondano a quello di Dio... Quando?
  • Chissà quante volte ho preferito le cose del mondo a Dio... Perché?
  • Quante volte ho usato Dio per i miei scopi?
  • Prendo in giro in modo pesante? 
  • Mi sottovaluto? Ho mai sottovalutato qualcuno?
  • Mi sono mai servito in modo subdolo di qualcuno?
  • Mi sono mai asservito al potere temporale piuttosto che alla volontà di Dio? Quando?
d. Domenico


domenica 15 ottobre 2017

Anche Dio ha paura



Spesso ci interroghiamo sul perché Dio ama tutti, buoni e cattivi. La risposta è semplice: Dio ha paura di rimanere solo! Questo spiega il mistero della Trinità (Dio non è solo Padre, ma anche Figlio e Spirito Santo e vivono insieme uno nell’altro), ma spiega anche perchè Dio ha creato l’uomo dandogli il comando di moltiplicarsi.

Esempio evidente della paura di solitudine di Dio è nella parabola che Gesù racconta (Mt 22, 1-14): un re invita al banchetto di nozze alcuni che però non si presentano, allora invita a partecipare chiunque trova per strada. Al Signore non importa essere circondato solo da una élite di presunti fedeli (come lo erano i giudei), per Lui tutti sono suoi figli, tutti hanno diritto di gioire con Lui, perchè Egli è padre di tutti! Dio è accogliente con tutti, noi spesso, invece, facciamo una cernita di chi accogliere (simpatia, razza, cultura, ceto sociale, potere...)

Un’altra caratteristica del Signore è la generosità. Il banchetto che il re offre è ricco di ogni bene e per di più (poichè ci tiene che gli invitati si preparino al meglio per la festa) fornisce l’abito a ciascuno (come era antica abitudine dei popoli orientali). Ora, si presenta un invitato che crede di poter approfittare della bontà del re, ignorando la Sua volontà, rifiutando la Sua generosità, anteponendo la propria volontà evitando di prepararsi per la festa. Dio accoglie tutti, ma c’è bisogno che ci prepariamo per essere accolti. Molti si dicono cristiani, ma non si preparano ad esserlo davvero (soltanto i sacramenti, usano un linguaggio per nulla cristiano, agiscono come persone non credenti...): tradiscono (= consegnano nelle mani del Nemico) la candida veste ricevuta col Battesimo.

L’abito della festa è simbolo della conversione: non posso dirmi cristiano se non mi impegno a cambiare condotta di vita, se non accolgo Dio nella mia esistenza e non mi sforzo di fare la Sua volontà. Dio mi chiama continuamente a fare festa con Lui, ma il mio rischio è quello di non curarmi di Lui, di farlo parlare preferendo di lasciarmi distrarre dalle cose quotidiane, dagli esempi anticristiani apparentemente più interessanti, ma sicuramente più amari e vuoti.

  • So essere accogliente? Come? Con chi?
  • Dio mi chiama a far festa con Lui... accetto o mi distraggo con altro/altri? Con cosa/chi?
  • Il Signore mi offre l’abito, l’opportunità di cambiare vita: io che faccio?
  • Dio non vuole un’élite di fedeli. Io mi sento privilegiato e giusto, o mi riconosco bisognoso della Sua misericordia?
d. Domenico


sabato 7 ottobre 2017

Dio vuol curarsi di noi

«Voglio cantare per il mio diletto il mio cantico d'amore per la sua vigna» (Is 5,1).
Noi siamo la vigna del Signore e Lui vuole cantare l'amore per noi. Dio è così innamorato dell'uomo che vuole il meglio per lui, ma noi siamo sempre pronti a tradirlo col nostro peccato.

Dio fin dall'inizio ha voluto un mondo bello, riflesso della sua gloria; ma noi ne abbiamo fatto un mondo brutto, pieno di violenza, di sopraffazione, di invidia, di omicidi... Dio ci ha consegnato la sua vigna, ma non ne sappiamo avere cura, anzi quando manda qualcuno affinché possiamo ravvederci e migliorarci, noi non ne teniamo conto e magari lo beffeggiamo.

La sua vigna siamo noi che non sappiamo prenderci cura di noi stessi: soprusi, inganni, maldicenze, mancanze di rispetto... non sono i frutti che il Signore desiderava dalla e per la sua vigna. Eppure è ciò che regna sovrano nella società di oggi. Allora manda i profeti (coloro che ancora sanno ascoltare Dio) affinché ci aiutino a correggerci. Ma la nostra coscienza, troppo assopita, non vede il bene che Dio vuole ancora compiere per noi e ogni parola che ci viene rivolta è vista come un rimprovero, un moralismo che vuole condannare, il Dio giudice che ci vuole ammazzare. Ma Dio ci ama e cerca sempre di sussurrarcelo; vuole il meglio per noi e cerca di farci evitare gli sbagli.

Quante volte deridiamo gli uomini di Dio, quante volte li allontaniamo perché scuotono le nostre coscienze che, mezze morte, preferiscono continuare a percorrere la via dell'errore! Eppure Dio è lì, pronto a rialzarci quando cadiamo, pronto a ridonarci la dignità che perdiamo col peccato, perché ogni caduta produce una ferita, ogni ferita diventa una cicatrice, e ogni cicatrice ci fa diventare più forti e ci ricorda cosa evitare per non sbagliare di nuovo. 

Non sempre il rifiuto è una perdita: se il figlio mandato dal padrone della vigna non fosse morto, il padrone non avrebbe potuto insegnare ai suoi contadini (Mt 21, 33-43); se Gesù non fosse stato messo a morte in croce, Dio non avrebbe potuto rivelare la sua potenza d'amore... Così noi ogni volta che cadiamo possiamo sentire Dio vicino: se ci apriamo a Lui sapremo fare del nostro errore un insegnamento di vita, un'opportunità di crescita e giungere alla piena umanità a cui il Signore vuole condurci. Solo così ogni uomo può portare un buon frutto e la sua vigna potrà essere più bella.


  • Ho mai rifiutato Dio?
  • Quanto è presente Dio nelle mie scelte, nei miei pensieri, nelle mie parole...?
  • Mi sento amato da Dio?
  • Mi apro a Dio? Mi lascio curare da Lui?
  • Tante volte preferisco mettere da parte Dio e agire senza coscienza: quanto? quando?
d. Domenico